L’arte di sapere riconoscere un buon vino

L’arte di sapere riconoscere un buon vino

L’arte di sapere riconoscere un buon vino

Fare un vino, o meglio un buon vino, non è cosa semplice. Ma ancora più difficile è sradicare una convinzione ormai diffusa e comune a tutti i consumatori, ossia quella di credere che un certo vino riconoscibile al nome e all’etichetta debba essere sempre uguale a se stesso. Questo induce le persone a chiedere al commerciante un vino che risponda a requisiti di continuità.

Se andiamo a fondo di questo grave abbaglio, però, ci rendiamo conto che l’errore deriva da un inconscio adeguarsi alla produzione industriale. Infatti, si pensa al vino come ad un’entità omogenea, intercambiabile, fissa, come se si trattasse di una marca di aranciate, di automobili o di frigorifero. Ma, in realtà, il vino di una data qualità e zona di produzione può e deve essere paragonato soltanto a un essere umano vivente: immisurabile, non analizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile e misterioso. Esigere un vino stabile, quindi, è la più grande sciocchezza che un bevitore di vino possa commettere.

Il vino non è un’entità omogenea né omogeneizzabile, al contrario, è qualcosa sempre di vivo, di locale, di individuale. E, avvalendoci delle dichiarazioni di Calvet di Bordeaux, che, in tutto il mondo vinicolo, è il più grande commerciante di produttori anche industrializzato, “il vino in sé non può e non potrà mai essere un prodotto industriale. ‘Vino industriale’ è una contraddizione in termini; il vino è un prodotto, sempre e soltanto, artigianale.

D’altra parte i produttori sostenuti dagli enologi non si oppongono all’esigenza di stabilità e di continuità, per andare in contro a una realtà di contingenza, mobilità, variabilità e imprevedibilità, e si giustificano dicendo che si tratta di una richiesta inconscia del consumatore. La verità, però, è che, in fatto di gusto, nessuno potrà mai ammettere che la maggioranza abbia necessariamente ragione. Nel vino come nella cucina può succedere, quindi, che il parere di una persona sia più giusto del parere di milioni di persone.

Ciò che bisogna portare alla luce e su cui bisogna fare una riflessione, dunque, è l’idea che il vino è qualcosa d’inconoscibile, perché avere la presunzione di conoscerlo significherebbe apprendere l’inesistente, che per definizione è inconoscibile perché è negazione di tutte le sue categorie. Le aziende, infatti, fanno l’errore di adattarsi ad un’esigenza del consumatore omologata, facendosi portavoce di concetti che contraddicono la stessa mutevolezza dell’esistere. Ma noi esseri umani siamo poco familiari al cambiamento, perché questo implicherebbe essere pronti alle sorprese, e il vino è qualcosa di imprevedibile e di discontinuo e la sua qualità dipende proprio da questa sua essenza.

Nell’occidente contemporaneo questa astrazione universalistica omologante è fortemente radicata e purtroppo funziona. Peccato però che nonostante ci permetta di avere tutto, e di vivere nella comodità, rendendo la vita più semplice ci abbia fatto perdere i contatti con l’esistenza. Viviamo in un’era in cui distinguiamo le cose in relazione a significati universali, che sono sempre pratici e dettati dall’utilizzo che ne facciamo, mentre l’arte non ha un fine e il vino, nell’atto in cui serve, non ha nessuno scopo. Il vino cambia, e tutto ciò che cambia può cambiare soltanto ad una condizione: nella misura in cui non cambia. Si differenzia in base a ciò che di esso non è cambiato.

Quindi, il mistero del vino, è la singolarità che riguarda tutte le cose della nostra esistenza, in cui l’identico e il diverso non si distinguono ma sono lo stesso. Ma proprio per questo, conoscere il vino è impossibile, perché la conoscenza è lo guardo strabico che conduce all’universale. Il singolo non è distinguibile secondo la forma omologante della distinzione, che è l’universale e che riguarda ogni forma del conoscere.

Nel cuore delle cose incontriamo una differenza che proprio perché non è distinguibile forse riesce a sorprenderci!

Ecco quindi che il vino richiede un altro atteggiamento: vuole essere capito, non conosciuto, perché ciò che ci fa fare il vino è un’esperienza puramente estetica. E così come di fronte un’opera d’arte ci soffermiamo per consolidare le nostre conoscenze, dinnanzi ad un buon bicchiere di vino dovremmo meditare sulla sua essenza instabile e discontinua.

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